22/03/2019No Comments

Milano 2035

[section background_image="" text_color="#E5487A" background_color="#F0F0F0"]Nome del progetto: Milano 2035
Luogo di progetto: Milano
Date del progetto: 2019-2022
Attività: mappatura di comunità e sperimentazione
Aggiornamenti: è online la call per raccogliere le storie di giovani abitanti!
Milano 2035[/section]

 

Milano 2035

Milano 2035 è uno degli otto progetti finanziati dal IV bando “Welfare di comunità” di Fondazione Cariplo.

Milano 2035 lavorerà su diversi fronti insieme a: Fondazione DAR Cesare Scarponi Onlus, La Cordata scs, Fondazione Attilio e Teresa Cassoni, Associazione MeglioMilano, Genera s.c.s. Onlus, Cooperativa Sociale Tuttinsieme, ACLI provinciali di Milano, Associazione Collaboriamo, Associazione Housing lab, Fondazione San Carlo Onlus, Associazione CIESSEVI, Officina dell’Abitare coop. Sociale, Università degli Studi di Milano Bicocca - Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Politecnico di Milano – Dipartimento Dastu, Comune di Cinisello Balsamo.

Una sfida per l'abitare

Chi arriva oggi a Milano? Chi può permetterselo veramente? Con chi condivide la sua casa? A quali condizioni? Se è cambiata la domanda, è cambiata anche l’offerta? Cosa possono offrire i nostri territori per accogliere i giovani? E cosa possono offrire i giovani alla città?

Milano 2035 è una sfida per tutti: accogliere i “nuovi milanesi” e costruire insieme una direzione di sviluppo sostenibile per la città. Abbiamo tutti qualcosa con cui contribuire: una stanza inutilizzata, un box vuoto, quell’armadio abbandonato in cantina. E abbiamo tutti un fratello, una cugina, la figlia di un collega che cerca casa.
Le persone cui si riferisce il progetto, i giovani, in gran parte sono persone che “potrebbero farcela da sole”. A costo di grandi sacrifici: ridimensionare i propri sogni, meno relazioni, intraprendere vie tortuose. Il costo più alto è quello però per la comunità: siamo convinti che persone felici costruiscano città felici, inclusive, giuste.
2035 è un numero magico: fa riferimento alla fascia di età cui ci rivolgiamo, 20-35 anni, all’ora più importante nelle case, quella della cena, 20.35, perché capita di arrivare con 5 minuti di ritardo. Alla Milano del 2035, quella che vogliamo felice, inclusiva e collaborativa, anche attraverso il nostro contributo!
Milano è “la città delle opportunità”: dal 2009 al 2014 ha registrato un importante incremento dei residenti giovani e una costante diminuzione di residenti over 45. Il 2014 è l’anno del boom: più 46.304 residenti tra i 15 e i 44 anni, il 68% tra i 25 e i 34 anni. Milano può attrarre circa 172 mila nuovi abitanti nei prossimi 10 anni, ma allo stesso tempo è la città della disoccupazione giovanile: i giovani assunti milanesi sono retribuiti il 45% in meno dei loro colleghi sopra i 55 anni di età (Geography Index, 2016).
Tra le questioni più urgenti, quella abitativa. I costi di mercato per gli affitti in condivisione sono molto alti e la qualità dell’offerta molto bassa (500 euro è il costo medio di una stanza singola). La richiesta di appartamenti condivisi cresce e molti sono i “coinquilini per necessità”, giovani lavoratori che non possono permettersi un appartamento.

Il progetto

Milano 2035 vuole provare a costruire una città più inclusiva e solidale per i giovani che si stanno sperimentando in percorsi di autonomia, a partire dalla dimensione abitativa come leva per lo sviluppo di un nuovo welfare territoriale. La coalizione si propone di sviluppare un sistema di accoglienza in grado di rispondere alle domande abitative dei giovani in maniera trasversale, affiancando all’offerta di casa l’opportunità di essere accompagnati in percorsi di cittadinanza attiva.

Verranno coinvolti 5.000 giovani nelle attività del progetto, come potenziali beneficiari del sistema di offerta di casa e servizi per orientare le domande ma anche costruire connessioni con i giovani, tra i giovani e la città.

Il progetto si occuperà dello sviluppo di una cultura condivisa sull’abitare giovanile, un problema affrontato solo in termini retorici, che bisogna fare emergere e legittimare nell’agenda pubblica e che costruirà pratiche e condizioni perché vivere insieme sia una scelta, non una costrizione, e condividere sia un’opportunità. Lavorerà al potenziamento dell’offerta abitativa, aumentando il numero di alloggi disponibili a condizioni accessibili e fornirà strumenti per nuove domande. Creerà luoghi di contatto, online e offline, per entrare in contatto con chi cerca casa, con chi l’ha trovata e vuol essere coinvolto in altre attività. L’intuizione innovativa sta nella co-progettazione di servizi collaborativi tra nuovi e vecchi abitanti, che valorizzeranno energie già presenti nei quartieri e creeranno occasioni per la cittadinanza attiva e il volontariato. Per accelerare l’autonomia dei giovani e favorire i talenti che possano poi restituire alla città il loro meglio.

22/03/2019No Comments

Green Opificio

[section background_image="" text_color="#E5487A" background_color="#F0F0F0"]Nome del progetto: Green Opificio
Luogo di progetto: Milano
Date del pogetto: 2019-attuale / 10 mesi
Attività: accompagnamento verso l’autogestione degli spazi e dei servizi tramite community building, capacity building e service co-design.
Housinglab accompagna la comunità con un percorso di 10 mesi dopo il trasferimento. Durante il percorso ci occupiamo di community building, capacity building e service co-design. L’intento è quello di portare la comunità ad una propria autonomia, accompagnando inizialmente la gestione in modo stabile e lasciando successivamente sempre più responsabilità agli abitanti stessi.
Green Opificio - Dimore Evolute Srl[/section]

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Auto gestione accompagnata

L’implementazione di spazi e servizi richiede anche una nuova progettazione gestionale. In questo caso, gli abitanti diventano gestori degli spazi e dei servizi e dovranno garantire la buona funzione e il mantenimento nel tempo. Per permettere ad una grande comunità di fare ciò, serve un percorso dedicato che possa dare a loro strumenti utili ed aiutare a sviluppare una capacità gestionale collettiva. Housinglab accompagna la comunità con un percorso di 10 mesi in seguito al trasferimento. Durante il percorso ci occupiamo di community building, capacity building e service co-design. L’intento è quello di portare la comunità ad una propria autonomia, accompagnando inizialmente la gestione in modo stabile e lasciando successivamente sempre più responsabilità agli abitanti stessi. Progettare abitazioni collaborative significa agire in parallelo su due piani strettamente collegati: quello delle relazioni, della responsabilità e della visione comune, in altre parole di un allineamento e di una fiducia reciproca, e quello degli spazi e delle attività che rappresentano e danno forma al sistema delle relazioni e permettono di dare valore alla collaborazione.

 

Il progetto Green Opificio

Il progetto Green Opificio è costituito da uno spazioso fabbricato riqualificato in chiave contemporanea. Design, innovazione e sostenibilità sono il fil rouge che accompagna uno stile di vita alternativo. Green Opificio ospita circa 70 appartamenti di differenti tagli e metrature: ad accumunarli, impianti tecnologici all’avanguardia, ottime finiture e ampi balconi. Benessere, sicurezza e convenienza sono le principali parole d’ordine di un progetto studiato su misura per rispondere alle esigenze contemporanee. All’ultimo piano, 6 attici esclusivi completano la proposta immobiliare.Il residence è provvisto di spazi collettivi innovativi e di servizi esclusivi. Una hall di oltre 150 metri quadrati e una monumentale scala in acciaio dal design accattivante rendono l’ingresso dell’edificio memorabile; uno spazio all’aperto di 3.500 metri quadrati completamente intercluso contribuisce a rendere il residence ancora più esclusivo.

22/03/2019No Comments

Cohousing – l’arte di vivere insieme

[section background_image="" text_color="#E5487A" background_color="#F0F0F0"]Titolo: Cohousing. L’arte di vivere insieme.
Princìpi, esperienze e numeri dell’abitare collaborativo in Italia
Autori: Liat Rogel, Marta Corubolo, Chiara Gambarana e Elisa Omegna
Anno: 2018
Editore: Altraeconomia
Compra il libro[/section]

"UN NUOVO MODO DI ABITARE COLLETTIVO PER RITROVARE IL SENSO SMARRITO DELLA COMUNITA'"

Il libro parte dalla mappatura che abbiamo condotto nel 2017 ma va molto oltre:
è un manuale pratico perchè spiega i principali passi per iniziare/relizzare un'esperienza di cohousing
è un libro di senso e significato perchè esplora le motivazioni profonde per scegliere di abitare inisieme
è un libro di design urbano e innovazione perchè vede il cohousing in rapporto alla città e al bene comune
è motivazionale perchè partendo da testimonianze e casi esistenti mette in luce le principali ragioni che spingono le persone a scegliere il cohousing
è pratico perchè una parte manualistica facilita la comprensione e la realizzazione delle abitazioni collaborative.

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Scoprite le presentazioni del libro seguendoci su Facebook!

18/10/2015No Comments

#ZUP e l’abitare: le ricette per progettare insieme

Abbiamo conosciuto ZUP e le sue ricette a #xdaysmi14, da allora un anno ricco di progettazione partecipata su cohousing, spazi comuni, orti condivisi, ma anche di collaborazioni, tra cui quella con un altro espositore, Abito. ZUP ci racconta tutto questo e altro, nell’attesa di presentarvi le sue nuove ricette a #xdaysmi15.

2-23Da circa due anni ZUP The recipe for change applica le proprie tecniche di progettazione partecipata al mondo e al tema dell’abitare, dall’housing sociale, al cohousing fino ai condomini tradizionali che cercano di migliorare la situazione abitativa. Grazie alla nostra partecipazione a Experiment Days 2014, abbiamo ulteriormente aperto il ventaglio delle nostre realizzazioni: dal #co-progettare spazi comuni come cucine o giardini e orti condivisi, alla scrittura condivisa di un regolamento di buon vicinato, al ripensamento sulla destinazione d’uso degli spazi comuni anche in condomini tradizionali, fino al supporto per affrontare e programmare ristrutturazioni per rendere la casa più sostenibile (dai consumi agli stili di vita dei suoi abitanti).

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Sono tanti i condomini che in questo momento hanno bisogno di un input positivo: dopo il boom degli anni 60 e 70, nel quale le case sono cresciute con la fisionomia di ‘fabbricati anonimi” o “dormitori”, si comprende adesso quanto questo tipo di casa e d’abitare non risponda più alle esigenze sociali, di condivisione, di solidarietà, economiche e energetiche attuali.

Soprattutto nelle grandi città, dove il concetto di famiglia tradizionale è fortemente in evoluzione, le reti di vicinato provano a sostituire o a sostenere il singolo nucleo familiare: per condividere la macchina, per fare la spesa, per tenere sotto controllo la casa durante le ferie, ecc

Il canovaccio di ZUP racconta le diverse esperienze di progettazione partecipata, i diversi cambiamenti descritti e condivisi nei laboratori, grazie a delle ricette di un nuovo abitare.

In Via Cenni, presso Cennidicambiamento, una delle realtà di cohousing più interessanti del panorama nazionale (Milano), abbiamo lavorato con un gruppo di persone che avevano bisogno di un supporto nel lavoro di coprogettazione di un orto. Senza una visione difficilmente c’è un progetto: per questo il gruppo ha capito che tipo di orto voleva e perchè, con quale impegno e per raggiungere quali risultati (in termini di benessere, di piacevole coabitazione o anche solo di raccolto) solo dopo aver affrontato un laboratorio con ZUP. Ripetiamo questo esperienza in ottobre, in un nuovo condominio della cooperativa Ferruccio Degradi a Figino.

Cenni 012Cenni 004Invece, con Abito a Rovereto, un’altro dei partecipanti di Experiment Days 2014, abbiamo scritto il ricettario del Buon Vicinato con come primo obiettivo la scrittura del regolamento del condominio e la selezione dei nuovi inquilini. Abito è una start-up trentina fondata nel 2014 per sviluppare servizi per il community building seguendo i temi dell’economia sociale, sviluppo urbano sostenibile e azioni di welfare territoriale. In sostanza lavora per la condivisione delle soluzioni e delle spese all’interno di condomini, che con la ‘scusa’ del risparmio diventano presto dei nuclei e dei modelli di abitare smart, solidale, collaborativo.

Uno dei progetti che Abito segue in questo momento è in un condominio dell’APSP, Azienda Pubblica di Servizi alla Persona, Vannetti di Rovereto. Un contesto complesso, per caratteristiche di età degli inquilini, di lunga permanenza nei diversi appartamenti, di cambiamenti imminenti per via dei lavori previsti, nel quale il nostro intervento è stato l’occasione per un incontro collettivo dopo quasi 12 anni fa.

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In un primo incontro nel quale erano presenti quasi tutti gli abitanti abbiamo fatto un percorso preciso: cosa mi lega a casa mia? Perché tengo agli spazi comuni? Cosa vorrei fare negli spazi comuni? In questo modo abbiamo affrontato un percorso costruttivo sulle regole, partendo dai motivi che rendono caldo e accogliente il proprio spazio personale, fino alle possibilità di vivere meglio tutti gli spazi di un condominio e non solo quelli personali.
In poco più di due ore siamo riusciti a far descrivere alle persone degli esempi concreti e delle soluzioni potenziali per diversi disagi o esigenze. Ecco il risultato.

In altre occasioni abbiamo lavorato con pubblici privilegiati: architetti e altri professionisti del settore housing, desiderosi di imparare e di provarsi con nuove e diverse tecniche di coprogettazione. Con questi gruppi abbiamo condotto il laboratorio Come in una Cucina per dimostrare dalla pratica come ZUP diventa strumento per condividere esigenze dei (futuri) inquilini e per elaborare visioni strategiche nuove, necessarie per scegliere le soluzioni ‘tecniche’ più adatte. Come ambito di elaborazione sia la cucina (Fa La Cosa Giusta e ZUPlab presso impactHUB Milano) sia di nuovo l’orto condiviso.E le prossime ricette? Su spazi progettati da bambini, ancora su orti condivisi, su cucine? Presso condomini di impianto tradizionale o cohousing di nuova generazione?

Ve lo racconteremo durante Experiment Days 2015 con un nostro stand e con diverse attività nel programma culturale. Se intanto volete saperne di più visitate il nostro sito zuplab.com o scrivete a info@zuplab.com

#zup #therecipeforchange #zupinprogress #progettazionepartecipata #xdaysmi15

12/10/2015No Comments

Quando la Pratica Collaborativa mette tutti d’accordo

In contesti abitativi e familiari è frequente l’insorgere di conflitti, che spesso si inaspriscono al punto tale che le parti arrivano davanti a un Tribunale. C’è però un modo diverso per risolverli: la Pratica Collaborativa. Leggete cosa ci raccontano i Professionisti Collaborativi e venite a conoscerli a #xdaysmi15.

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La Pratica Collaborativa è un metodo non contenzioso di risoluzione dei conflitti, in particolare nell’ambito familiare.

Le persone e i loro interessi vengono messe al centro, consentendo di individuare soluzioni attente ai bisogni particolari di ogni famiglia e di ogni coppia.

E’ un percorso che permette di affrontare tutti gli aspetti legati alla crisi familiare – quelli legali, ma anche quelli economici e relazionali – in un clima di fiducia e trasparenza, con il supporto di professionisti altamente qualificati.

Nasce negli anni ’90, quando l’avvocato matrimonialista Stu Webb comunicava ufficialmente ad un Giudice della Corte Suprema del Minnesota che non avrebbe più patrocinato cause avanti ai Tribunali, sia per i risultati dannosi che spesso derivavano all’intera famiglia sia perché riteneva che ci potesse essere una modalità diversa e di vero aiuto alla parti per affrontare, in particolare, quel tipo di conflitto.

Dagli Stati Uniti e poi dal Canada l’idea della Pratica Collaborativa, ha cominciato pian piano a diffondersi al mondo intero. Nel 2000 si è costituita l’associazione mondiale IACP, International Academy of Collaborative Professionals (www.collaborativepractice.com) che consta oggi di più di 7000 professionisti aderenti, dislocati in quasi tutto il mondo.

In Italia, nel 2010, è stata costituita l’Associazione Italiana Professionisti Collaborativi, AIADC (praticacollaborativa.it) della quale fanno parte oggi oltre 200 professionisti formati (tra legali, facilitatori della comunicazione, commercialisti, esperti di relazioni).

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Al centro Linda K. Wray, attuale President IACP, con, da sinistra gli avvocati: Carla Marcucci, Mariacristina Mordiglia, Francesca King, Elisabetta Zecca

Scegliere la Pratica Collaborativa, per ora applicata solo ai conflitti familiari ma che presto potrebbe estendersi ad altri settori, e quindi rivolgersi a professionisti appositamente formati a tale scopo, significa volere partecipare attivamente alla trasformazione del proprio conflitto alla ricerca del raggiungimento di accordi finali, soddisfacenti per tutte le parti.

Queste infatti siederanno fin dall’inizio, personalmente, al tavolo delle trattative.

Individuati i legali collaborativi di fiducia (che dovranno entrambi essere specificatamente formati alla pratica collaborativa), con i quali le parti creeranno una particolare e più profonda intesa, si individua un facilitatore delle comunicazione che entrerà a fare parte del team che condurrà tutta la squadra ad un accordo finale condiviso. Questo comporta siglare un accordo di partecipazione, con il quale ci si impegna alla trasparenza, lealtà e rispetto nei confronti dell’altro, e che garantisce la totale riservatezza di tutto quanto dichiarato ed esibito durante il percorso collaborativo.

Gli avvocati che assistono le parti infatti non potranno poi in alcun modo assistere gli stessi clienti in un eventuale giudizio contenzioso successivo ove, per qualsiasi motivo, non si riesca a raggiungere il traguardo dell’accordo condiviso.

L’esperienza comunque mostra che nella stragrande maggioranza dei casi l’accordo condiviso viene raggiunto: le tecniche peculiari cui i professionisti sono formati, l’ambiente protetto nel quale, iniziando con lo sciogliere le difficoltà di comunicazione e successivamente approfondendo il dialogo, si cercherà di accompagnare le parti verso soluzioni durature ed orientate verso il futuro, mettono realmente al centro gli interessi reali delle parti e dei loro figli. Il percorso, fatto a volte di prove ed esperimenti, rispetterà i tempi di ciascuno, nella tolleranza e riconoscimento delle problematiche individuali che, proprio dagli stessi soggetti interessati, devono trovare una soluzione.

Dopo anni di formazione, nel 2014 si sono svolti i primi casi anche in Italia, quasi tutti risolti con soddisfazione e successo.

L’inserimento nel team del facilitatore della comunicazione è diventato elemento caratterizzante la procedura, ed a seconda della necessità dei casi, possono poi essere inserite anche altre figure imparziali, come il commercialista e l’esperto di relazioni e dei bambini.

I costi, che potrebbero spaventare in considerazione del numero dei professionisti coinvolti, in realtà, sono decisamente minori di quelli che richiederebbe un procedimento giudiziale, considerati i tempi decisamente più brevi di un giudizio e gli enormi benefici che derivano a tutti i componenti del nucleo familiare dal superamento e, comunque, dalla trasformazione del conflitto.

06/07/2015No Comments

@Scambiocasa: quando la casa diventa un’opportunità per viaggiare. #xdaysmi15

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“Il primo scambio è sempre un’emozione speciale e anche una preoccupazione grande per i mille dettagli da curare. Il nostro primo scambio è stato con una famiglia di Siena e di sicuro sarà indimenticabile. E’ la prima volta che vivi la città non da turista ma da visitante, la prima volta che invece di stare in una piccola camera d’albergo ti trovi in una casa ampia con personalità e tante possibilità, la prima volta che fai la spesa e cucini qualcosa nella tua nuova cucina e la prima volta che accetti e dai consigli e suggerimenti preziosi sul nuovo posto; questa prima volta non la puoi scordare.”

Così Alicia Jimenez, originaria della Spagna e residente a Torino, racconta il suo primo scambio effettuato grazie a Scambiocasa.com, il più ampio circuito nello scambio di casa e di ospitalità nel mondo.

Quando Ed Kushins fondò l’organizzazione (in inglese HomeExchange.com) nel 1992 in California, era convinto che lo scambio di casa fosse l’alternativa ideale alle formule classiche di soggiorno quali case in affitto, alberghi o villaggi turistici poiché tale formula permette, a costi ridotti, di viaggiare, da solo, in coppia, in famiglia o tra amici, al di fuori dei sentieri battuti dal turismo di massa.

Tutto quello che bisogna fare è iscriversi al portale e mettere a disposizione la propria abitazione iniziando a progettare la propria vacanza.

E così ha fatto Alicia qualche anno fa, diventando uno dei più di 63.000 soci di HomeExchange.com in 154 paesi del mondo.

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“Dopo il primo scambio c’è stato di tutto” racconta “scambi in Italia, paese meraviglioso ma un po’ caro per il turista, in Europa (Francia, Inghilterra, Irlanda, Danimarca, Olanda, Repubblica Ceca) e perfino in America (tre mesi in Canada in quattro case diverse più una settimana a Chicago). Scambi simultanei per la maggior parte perché questa è la nostra casa ma anche non simultanei (in questo momento ci devono uno in Grecia e un altro a Seattle e non vediamo l’ora di andarci). Brevi o lunghi. Con prime o seconde case. Ci sono state case piccole, grandi, vecchie, nuove, con il giardino o senza, in centro o in periferia, in città e in paesini. Con architetture e stili tanto diversi.” Già perché non è vero che si possono scambiare solo case grandi e belle, Scambiocasa.com offre una varietà unica di appartamenti e dimore, che riflettono la diversità delle persone che scelgono questo nuovo modo di organizzare le vacanze. Molto spesso un piccolo appartamento nel cuore di una grande città è molto ambito e può essere scambiato più facilmente, magari con una grande casa sulla spiaggia.

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“Del primo anno ricordo in particolare la deliziosa casetta tradizionale nell’isola di Valentia Island, in Irlanda, in un micro paesino bellissimo. Nel secondo anno abbiamo vissuto un mese a Montreal in pieno centro, nel bellissimo quartiere di Mont Royal con giardini e parchi dappertutto. Ci siamo sentiti abitanti di quella città per quel periodo. Ci sedevamo sui nostri gradini di casa la sera a veder passare la gente e abbiamo anche fatto amicizia con i simpaticissimi vicini cileni. Dell’anno scorso non posso non parlare dell’incredibile casa dell’Ottocento con un giardino gigantesco a Moordrecht, un paesino olandese vicino a Gouda. Quando eravamo sdraiati nel nostro giardino a guardare tutti i tipi d’imbarcazioni che passavano davanti a noi sul canale, abbiamo creduto di stare in un film. Quest’anno invece all’ultimo abbiamo deciso di andare a visitare un nuovo paese, la Repubblica Ceca e una gentile famiglia ha accettato la proposta al volo e ci ha lasciato la loro casa di Praga nei giorni che volevamo noi. Non è incredibile?”

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Bello, vero? Ma come allontanare preoccupazioni e timori legati al lasciare la propria casa a sconosciuti? Il motto condiviso dagli appassionati di Scambiocasa.com, e da tutti coloro che si affidano a ScambioCasa.com, è “Tu sei nella mia casa mentre io sono nella tua”, per cui è molto probabile che all’inizio le persone con cui si scambia la propria casa abbiano le stesse paure. L’essenza che sta alla base di Scambiocasa.com e dell’intero circuito di HomeExchange.com è il rispetto reciproco per uno scambio basato sulla fiducia tra le parti. Se poi si vuole partire tranquilli e sereni, basta qualche accorgimento come mettere da parte gli oggetti preziosi, in una stanza chiusa o in cassaforte. Ma pensiamola anche così, fare uno scambio permette di avere sempre qualcuno in casa, il modo migliore per dissuadere i ladri mentre si è in vacanza.

Tanti i vantaggi dello scambio casa, ce li racconta sempre Alicia “Risparmi soldi ma soprattutto conosci posti nuovi, posti nei quali non saresti mai andato e che si possono rivelare unici, e anche gente nuova, che a volte è molto chiacchierona e finisci per fare amicizia con loro, e altre sono più formali ma non mancano mai di darti informazioni e di offrirti il loro aiuto per qualsiasi cosa. Ti senti protetto, ti senti accompagnato.

Poi per i bambini non c’è modo migliore di viaggiare, loro arrivano a ogni casa nuova con un’illusione fuori dal comune e corrono a scoprire ogni angolo sentendosi subito come a casa loro. E’ un’avventura, qualcosa di magico.

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Non solo una vacanza ma anche un’occasione di crescita “Abbiamo imparato ad adattarci a tutti i tipi di letti, di bagni, di elettrodomestici, di condizioni. E adesso ci sentiamo più aperti, più dinamici, più ricchi in tutti i sensi.

Mi sento di raccomandare questo sistema a chiunque ami viaggiare. L’ho già fatto, alcuni amici e conoscenti si sono iscritti grazie alla mia testimonianza. Finché vivremo, continueremo a fare scambi. Questo è sicuro.”

Curiosi di saperne di più?

Scambiocasa vi aspetta a Experimentdays 2015!

11/09/2013No Comments

Experimentdays – Fiera dell’abitare collaborativo (con segreto finale)

Siamo appena tornate da Berlino, dove abbiamo visitato di nuovo Experimentdays. Se ci leggete, vorrà dire che siete per lo meno curiosi riguardo ai nuovi modi di vivere, che forse cercate una nuova casa dove le relazioni tra i vicini siano importanti. Forse pensate che la casa possa essere una risorsa anche per il quartiere. Forse, semplicemente volete vivere meglio in città. Ma come si fa? Cos'è il cohousing? Dove trovo altre persone interessate? E chi mi aiuta poi con il progetto? Qual'è la differenza tra una cooperativa a proprietà divisa a quella a proprietà indivisa? Ci sono finanziamenti particolari? Tante domande e dubbi...

Immaginate ora di avere una fiera che metta assieme tutti gli attori coinvolti, che vi permetta di conoscere ciò che succede nella vostra città e di proporre nuovi progetti. Un luogo per i gruppi, per gli architetti, per le cooperative e le associazioni. Una fiera che vi dia l'opportunità di avere nello stesso luogo, sotto occhio tutto il mondo dell' abitare collaborativo. Questa è Experiementdays.

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In breve, Experimentdays è:

-     un evento locale annuale

-     un punto d’incontro per persone imprese e associazioni legate al mondo delle abitazioni collaborative

-     una vetrina di progetti esistenti dai quali imparare

-     una fiera di progetti architettonici e di prodotti edilizi e finanziari creati apposta per gruppi di persone che vogliano costruire e vivere assieme nel rispetto dell’ambiente

-     un luogo dove incontrare altri individui che vogliono fare gruppo o comunità esistenti che cercano nuovi membri.

-     una conferenza sul tema.

A Berlino quest'anno gli espositori erano divisi in quattro aree:

- reti e  consulenza: qui potevate trovare (tra gli altri) la piattaforma digitale per trovare i progetti WOHNPORTAL Berlin, così come Grüne Liga, che vi aiuta a trasformare il cortile in giardino. Anche Netzwerkagentur GenerationenWohnen, per abitazioni con mix sociale e prezzo equo.

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- Banche e Fondazioni: DKB Bank e GLS Bank tutte a due con prodotti finanziari pensati ad-hoc per le abitazioni sociali e di cooperazione. Le due fondazioni: Stiftung Edith Maryon e Stiftung trias con i loro processi pensati per i gruppi e i progetti dal basso.

- Cooperative, consorzi e gruppi di costruzione indipendenti: qui una lista di oltre una decina di progetti esistenti e in corso, consorzi specializzati e cooperative indipendenti. Alcuni esempi: Baugruppe Wohnhaus P03, utopia berlin, and GbR Integratives Bauvorhaben am ehemaligen Blumengrossmarkt.

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- Architetti e studi professionali: persone disponibili per sviluppo progetti, ma a volte anche con proposte indipendenti. Per esempio: Adorable Immobilien, e Büro Fabian Tacke.

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Attorno alla fiera ci sono, durante una settimana intera, molti altri eventi: workshop di costruzione, visite guidate (a carico di creative sustainable tours), conferenze e tavole rotonde. Molte persone arrivano alla fiera ed è oramai un appuntamento importante a Berlino per chi vuole trovare una casa/un gruppo/un professionista etc.

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Ora un piccolo segreto (pronti?): quest'anno ci siamo andate con una bella intenzione: capire come fare una fiera simile a Milano. Crediamo che sia ora, che i tempi siano maturi e che possa realmente portare innovazione nella nostra città e nei nostri modi di vivere.

Voi che ne dite? Noi non vediamo l'ora.

14/06/2013No Comments

The central kitchen idea

Last time I wrote about the Russian  expression of housing as welfare hubs in the '20. Moving to a similar idea, we go to Sweden and to an Idea born by the fight of women to a more manageable everyday life. The “central kitchen idea”  in Sweden is part of the experiments of dwellings with integrated services: Those were related with the functionalist approach; Louis Sullivan, probably the most known for this idea, was striving for "honest" approaches to building design that focused on functional efficiency.

415px-Kollektivhus_Markelius_3The first functionalist collective housing unit in Sweden, built in 1935 at John Ericssonsgatan 6 in Stockholm.
Picture from http://anavedobomgosto.blogspot.it/2012/02/john-ericssonsgatan-6.html

In Sweden - as in other European countries - functionalist architects regarded housing with collective services as a logical expression of modernization. The word "collective housing unit" ( "kollektivhus" in Swedish) seems to have been introduced by the functionalists. In Sweden the idea was mainly developed by Sven Markelius, architect (later professor) and Alva Myrdal, social reformer (later minister and UN peace negotiator). For them collective housing was not only an instrument to "collectivize the maid" as in earlier experiments, but rather to enable women to combine house work and paid employment outside the home.

Alva Myrdal wrote: “Urban housing, where twenty families each in their own apartment cook their own meat-balls, where a lot of young children are shut in, each in his or her own little room – doesn’t this cry for an overall planning, for a collective solution?!”

800px-Kollektivhus_Markelius_1Sven Markelius' kollektivhus vid John Ericssonsgatan 6. 
Picture from: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Kollektivhus_Markelius_1.jpg

She saw the need and the potential in urban dwellings and the kitchen was a starting point together with a place for children to socialize. Cooking remains one of the main activities for women to mange beyond their work; to offer quality dishes for the whole family the women in the early 20 had to think about going out for grocery, preparing and washing. This became difficult as more and more women went to work n the morning and got back home just in time for dinner. On the other had, as family were shrinking, children alone in their house were isolated and did not cultivate social relationships. This is the reason for the first collective houses in Sweden to concentrate on food and children care.

The first functionalist collective housing unit in Sweden was built in 1935 at John Ericssonsgatan 6 in Stockholm. It was designed by Sven Markelius, who lived there himself for many years. In this design, three clusters of long, ten-story slabs including separate communal dining facilities were arranged in an open landscape. Each building group was a thinly disguised version of Russian collective housing experiments of the late 1920's such as the Narkmofin building in Moscow.

The kindergarten, founded according to Alva Myrdal's theories, was the first one in Sweden where modern educational methods were applied. One had the choice to eat in the ground floor restaurant or have the meals deliver up through small elevators. Thus, housewives did not have to plan for meals until they returned back from their work in the evening. In all of those solutions though, services were offered to the family to ease its daily life and especially women life. Really managing the collective services y themselves is an evolution of those forms.

fiolenmatA collective kitchen in Sweden, today. 
Picture from: http://www.kollektivhus.nu/vad_ar_kollektivhus.html

I want to thank Dick Urban Vestbro for all this information and knowledge. Some of his articles are cited here:

http://ied.tv/video/design/intervista-vesbro/

http://www.infra.kth.se/bba/PDF/Dick_Openhouse.pdf

http://www.kollektivhus.nu/pdf/colhisteng08.pdf

06/05/2013No Comments

Housing – a personal-collective issue, part 2

Last time I wrote about how our house is a private place divided into very precise rooms that offer different uses. This time i would like to talk about why do we feel this way about the house and how could we change our point of view towards more shared and collective uses of the home.

The house is a lot about balancing private and public space. This depends critically on different cultures. In his book, ‘The Hidden Dimension’, Edward T. Hall[i] introduces for the first time the following dimensions of spaces:

Picture from HERE

- Intimate space: the closest "bubble" of space surrounding a person. Entry into this space is acceptable only for the closest friends and intimates.

- Personal space: the region surrounding a person, which they regard as psychologically theirs. Most people value their personal space and feel discomfort, anger, or anxiety when their personal space is encroached

- Social space—the spaces in which people feel comfortable conducting routine social interactions with acquaintances as well as strangers.

- Public space—the area of space beyond which people will perceive interactions as impersonal and relatively anonymous.

Picture from the tv serie "Friends" - the couch as a social space

In western countries one may say that the house is hosting intimate and personal spaces mostly. The bedroom and the bathroom particularly address the intimate dimension. The rest of the house, where there is contact with other family members can be called personal space. The living room and the kitchen may become social places when hosting friends.  Hall explains how, for examples, the American children are growing with the idea of having their own personal bedroom. (Or at least a space dedicated to them only, in the house). This creates for them a certain dependency on the private space as they grow. Working spaces for adults will allow people separate intimate spaces. In the UK, on the contrary, children grow up in a nursery, the children room. They share the space with their siblings and consider it as personal space. In the British culture, it is shown how work places are often open and people are used to working in social and public spaces.

Picture taken from HERE

The space influences us, and they way we perceive space influences the design of housing. City housing situation is delicate. Urban dwellings are the answer for the large amount of people that slowly gather in cities. Those put together many apartments in order to use a given area to create enough space for many people. People have to share a lot of space and live next to each other without intruding the intimate and personal space. Many spaces around the house are social spaces like the stairs, the sideway or the square. Social relationships with neighbors often happen in those spaces rather then in ones’ house. I might meet my neighbor in the local shop every day and have a small chat and never invite her over to my house. The children may play in the local playground and create a friendship without visiting one’s house. If social relationships and sense of community are important for one’s well being in the city, those social spaces of interaction should be of great importance. Not only they allow people to meet but they are also recourse in terms of services.

Neighbours in Regent Square, Salford
Good neighbours in Regent Square, Salford (left to right): Alan Houghton, Debbie Swift, Natalie and Leon Warmington, Hilda Danson, Sandra Wilding and Anne-Marie Armsden. Photograph: Howard Barlow From HERE

If we reconsider the house and the home in urban areas an think about it as a potential welfare hub, we might come up with a different perception of space and they way we use it. Next time i will explore the idea of the house as welfare hub.


[i] Hall.E.T (1996) The hidden Dimention. Garden city: ney work. Anchor.

27/04/2013No Comments

Housing – a personal-collective issue, part 1

I would like to share with you some thoughts i am having. these are parts of my soon complete dissertation. Comments and suggestions are very welcome. hope you can enjoy it.

Housing. Part 1. what is the home?

“ It is (the home), most basically, shelter from the elements; it is security and privacy from the outside world; it is space in which to relax, learn and live; it is access to more or less comfort, but the home also places the household in a specific neighborhood context which may influence accessibility to relatives, friends, shopping, leisure, public services and employment ”. (European parliament)[i]

The home is something we all consider to be a protected place for our families and ourselves. It is a civil right of a first degree as we consider it a shelter. The home is also a status, a demonstration of possessions and a dream. Many people spend most of their earnings on the house (approx. 30% of the income in USA and Europe).

The concept of the house and the home as we know it today has changed radically in modern times. Most people in developed countries perceive the home as a private space. A place separated from the outside public space and where people can also find inner private rooms to isolate themselves from others. Housing in Europe in the middle ages had basically no private spaces. The same spaces were used for living, working and sleeping. The concept of the bedroom in fact, is rather new. If you ask people what is the most private space in their house they are likely to answer the bedroom or the bathroom. Both of the rooms are new concepts that were integrated into houses mainly after the world wars[ii].  When we think about the home we think about a place that hosts one or more members of the household, divided into rooms that have specific purposes. In his book “species of spaces”[iii] Perec describes the apartment as a together of rooms where people do various activities. He describes the use of the house by the people living in it putting an emphasis on the single rooms. By doing that, he creates a caricature of the house uses. He also asks if it is really necessary that the rooms would be divided by the activities and not by other means. In his ironic way, Perec draws conclusions on the apartment: “two elementary conclusions may be drawn that I offer by way of definitions

1. every apartment consists of a variable but finite number of rooms

2. each room has a particular function “

Those rooms, so much isolated and specialized are pretty new. In fact, the corridor that allows rooms to have a single entrance is an invention from about 100 years. Until then, rooms were connected and had often two doors. Therefor passing inside a room just to reach another one was a normal thing to do. Corridors “were developed as a tool to separate different groups of people – the servants – from the served, the jailed from the jailors, and workers from distractors. By separating circulation from destination, they increased the efficiency through which people could move through buildings, while at the same time turning rooms into a series of dead ends[iv].

The house quickly became a private space where one can decide to not come and interact with the other people inside. Some rooms remain “common” like the kitchen, the bathroom or the living room. Nevertheless, more and more often the bedroom in modern houses includes a private bathroom and a TV. This makes the occasions for encounter inside the house even less frequent.

The house is the institution of our age of abundance. If we have seen before how what we own is shaping our personal identity, where we live, is the space where all of those are collected and exhibited. Our personal identify is reflected in our homes.  The house is full with furniture, objects of use and decoration that personalize it and give it (and the people live in it) a unique image. In his book ‘dell’abitare’, Maurizio Vitta writes [v] : “A house narrate the resident, it draws its figure, it represents the resident in front of others and for others in the extent to which it is put into shape by those who live it."

The house and the home are of great importance to the modern western society. The separation from the outside, from the public sphere is probably what makes it so important. This is also relatively new. In many cultures, still the house is not a limit of proximity. People in Mongolia, for example will open the door of a tent any time they want just to look inside and see who is in there. The living tent has is by no means a separation. It is a shelter from the elements but not a barrier for other people. In the same way, the Mongolian tents are big living spaces that include all activities of everyday life. Only few families have their kitchen separated from the rest of the house. Private activities, like sexual relationships are actually happening outside the tent in the privacy of the dark night.

So, the house is a lot about balancing private and public space. in the next part i will talk about this balance and how is it different in different societies. 


[i] HOUSING POLICY IN THE EU MEMBER STATES: Directorate General for Research, Working Document, Social Affairs Series. http://www.europarl.europa.eu/workingpapers/soci/w14/text1_en.htm retrieved 06.03.2013

[ii] Worsley,  Lucy.  History of the Home. http://www.bbc.co.uk/history/british/middle_ages/history_of_home.shtml retrieved 06.03.2013

[iii] Perec, G. (1999) Species of Spaces and Other Pieces. Trans. John Sturrock. London: Penguin Books

[iv] Jusczyk, Tad. Consider the corridor: lessons from architectural history. http://inside.shepleybulfinch.com/2011/02/consider-the-corridor-lessons-from-architectural-history/ retrieved 06.03.2012

[v] VITTA, M. (2008) Dell’abitare. Corpi spazi oggetti immagini, Einaudi, Torino.